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domenica, 22.04.2018

CARTA ETICA

 

La nostra Società, con delibera dell'Assemblea Strordinaria del 15/12/2012, ha aderito, ed è iscritta al relativo Albo, alla CARTA ETICA DELLO SPORT, promossa dalla Regione Toscana con deliberazione n°729 del 29/08/2011 per uno Sport senza doping, senza violenza e accessibile a tutti.

Ma già prima di questa azione aveva redatto un Codice Etico e Comportamentale vincolante per tutti i Dirigenti, Tesserati e Simpatizzanti, contenente anche una serie di raccomandazioni per i genitori nel rapporto col proprio bambino atleta che potrete trovare separate dal Codice qui.

Questo codice viene consegnato ad ogni famiglia nel momento dell'iscrizione del bambino ai nostri corsi. Eccone il testo:

CHI SIAMO
Questa Società nasce negli anni 50, in una Grosseto ben diversa da quella di oggi, per volere di alcuni appassionati veri, e fin da subito si è contraddistinta in un opera sociale di intrattenimento e di insegnamento della cultura sportiva e di vita per tutte le giovani generazioni di bambini e ragazzi che vivevano a ridosso della vecchia e storica pista del Viale Manetti. Tantissimi sono stati, negli anni i ragazzi strappati alla strada dai maestri di allora, primo tra tutti Roberto Guerrini, che ancora oggi figura nel consiglio direttivo della Società. Tutti questi ragazzi hanno avuto la possibilità di avvicinarsi ad uno sport bellissimo, di imparare, in anni difficili, la disciplina, il rispetto per l’avversario, la lealtà sportiva. Hanno avuto modo di crescere sani e forti nel corpo (perché il nostro è uno sport completo, dove tutti o quasi i muscoli del corpo sono impegnati simmetricamente), ma soprattutto nella mente. E questa possibilità è stata data loro, DA SEMPRE, in maniera completamente gratuita, e credo che sia stato un contributo importante per tutte le famiglie che, in quegli anni dal dopo guerra fino agli anni 80 facevano fatica ad arrivare in fondo al mese.
Noi tutti dirigenti e istruttori di questa Società siamo i figli di quelle famiglie, siamo quei bambini che tanto hanno imparato in quella pista di mattonelle appoggiata alle vecchie mura della città dai maestri di allora.
Per questo motivo ci sentivamo in debito con loro e con tutti coloro che con grandi sacrifici portarono avanti questa società per permettere a noi di crescere felici.
Così ci siamo riuniti ed abbiamo deciso che il solo modo che avevamo di sdebitarci era quello di ricominciare e riprendere il discorso che una decina di anni prima si era purtroppo interrotto, spirato per morte naturale quando, per varie vicende, non c’era più nessuno che avesse il tempo e la voglia di portare avanti il glorioso sodalizio dei padri fondatori.
Abbiamo rifondato la società con lo stesso nome e abbiamo riavuto la nostra vecchia pista appoggiata alle mura. Dopo averlo fatto la prima cosa che ci siamo detti è stata che, fino a che ce la faremo, tutti i bambini che saranno insieme a noi non dovranno mai pagare per imparare quello che anche noi abbiamo imparato da gente che, come noi, faceva questo solo per amore dello sport e della vita.
Spero che riusciremo a farcela, perché oggi le difficoltà sono tante e tante cose purtroppo sono cambiate.  Purtroppo oggi non è facile, specie per chi opera in maniera onesta e trasparente, trovare aziende disposte a elargire i contributi con i quali possiamo fare fronte alle spese di gestione, utilizzo impianti, assicurazioni, materiali etc.

LA NOSTRA FILOSOFIA
Naturalmente tutti parlano di lealtà sportiva, rispetto dell’avversario, di principi decoubertiniani che enunciano che la vera essenza dello sport è la partecipazione e non la vittoria, noi però vorremmo fare qualcosa di più, vorremmo fissare questi principi in modo che tutta la nostra gente abbia una stessa visione, un imprinting che porti al fatto che chi si comporta in maniera diversa, chi vìola certi principi, venga disapprovato ed emarginato dalla stessa comunità e, ci auguriamo, si possa ravvedere.
All’inizio dell’attività riteniamo che i bambini debbano solo e soltanto divertirsi e che quindi, forse, i primi ad essere educati dobbiamo  essere proprio noi genitori.
Molte volte sono proprio i nostri comportamenti che determinano insuccessi e difficoltà ai nostri figli, nella pratica sportiva. C’è un bellissimo manifesto nella sede della Società Nuoto Grosseto alla piscina di Via Lago di Varano, preparato dalla Federnuoto e completato anche da un decalogo comportamentale che fissa alcuni concetti base che ogni genitore dovrebbe a nostro avviso conoscere per poter gestire al meglio i rapporti con i figli che praticano sport. Lo abbiamo preso, integrato con la nostra filosofia e adattato alla nostra situazione e ne abbiamo ricavato un documento che, a nostro parere, ogni genitore dovrebbe conoscere e fare proprio. Vi preghiamo di leggerlo con molta attenzione:

“Il bambino viene alla pista per vivere un esperienza giocosa con i suoi coetanei e per imparare una disciplina sportiva, non per soddisfare l’orgoglio dei suoi genitori. Quindi non imponiamo le nostre  ambizioni ai nostri figli. Ricordiamoci che il pattinaggio è la sua attività, non la nostra. Miglioramenti e progressi dipendono dalle caratteristiche individuali. Non giudichiamo i progressi di nostro figlio in base al confronto con altri bambini e non critichiamolo in base alle nostre impressioni, che possono essere sbagliate, o possono non tenere conto di fattori diversi, come l’età, la crescita muscolare o la crescita psicofisica.
Se le nostre aspettative sono troppo elevate le difficoltà di apprendimento cresceranno, la paura di non essere all’altezza e quindi di perdere l’affetto dei propri cari, infatti, genera ansia e stress, e spesso è la causa prima dell’insuccesso
Se il bambino viene criticato o disapprovato troppo spesso, se sperimenta abitualmente l’insuccesso nell’apprendimento (come quando su insistenza dei genitori viene inserito in un gruppo più avanzato rispetto al proprio livello) è facile che nascano in lui sentimenti di inferiorità, senso di inadeguatezza, desiderio di abbandonare l’attività.
Solo chi ha fiducia nelle proprie capacità è disposto ad impegnarsi fino in fondo, l’autostima nasce dall’approvazione, dall’incoraggiamento, dal superare gli ostacoli che separano dallo scopo.
Pertanto per favorire la fiducia in sé è necessario:
Stimolare il bambino ad essere autonomo
Incoraggiarlo riponendo in lui buone aspettative nei confronti delle proprie capacità (ma non eccessive)
Approvarlo in caso di buona riuscita
Aiutarlo dopo un insuccesso (rincuorandolo ed evitando di sfogare su di lui la propria delusione)
Motivarlo al miglioramento delle proprie prestazioni
Fargli capire che essere differenti agli altri (ad esempio meno bravo) è una cosa accettabile e potrebbe essere transitoria (chi è più bravo oggi potrebbe essere meno bravo domani, al completamento della crescita, ad esempio)
Riconoscergli il diritto di non riuscire mantenendo in lui la certezza di essere, sempre e comunque, rispettato, accettato, ma soprattutto amato.
Sostenere comunque nostro figlio. L’unica domanda che dobbiamo porgli dopo una gara o un allenamento è “ti sei divertito?”
Se gare e allenamenti non rappresentano un divertimento, nostro figlio non deve essere costretto a prendervi parte.
Consigli per favorire l’apprendimento:
Non sostituiamoci all’istruttore mai, e tantomeno nel giudizio sui risultati; solo lui è in grado di valutare correttamente il processo di apprendimento.  Non alleniamo nostro figlio. Non miniamo la credibilità dell’allenatore interferendo negli allenamenti. Il nostro compito è dare amore e sostegno. L’allenatore è responsabile del versante tecnico della preparazione. Non diamo suggerimenti sulla tecnica o la strategia di gara.  Nel corso di una manifestazione esprimiamo solo commenti positivi. Dobbiamo essere di incoraggiamento e non dobbiamo mai criticare nostro figlio o il suo allenatore. Sanno riconoscere gli sbagli da soli.
Non rimproveriamo nostro figlio se non ha eseguito bene gli esercizi, i bambini in genere ce la mettono tutta, e quindi quando non riescono hanno bisogno di sostegno, non di rimproveri.
Cerchiamo di sviluppare, anche nei più piccoli l’autonomia rendendoli consapevoli di quello che fanno e rispettando le loro scelte senza costrizioni.
Conosciamo le paure di nostro figlio. Le nuove esperienze possono essere stressanti. E’
assolutamente normale che nostro figlio sia impaurito. Non minimizziamo, confortiamolo nella convinzione che se il suo allenatore gli fa fare un determinato esercizio è perché ha dimostrato di essere pronto. Ricordiamo che il nostro compito è solo di sostenerlo durante tutta la sua esperienza sportiva.
Sottolineiamo positivamente ogni miglioramento, anche se non è pari alle nostre aspettative, la sicurezza in sé, base del successo, nasce dall’approvazione e dall’incoraggiamento.
Non creiamo aspettative troppo elevate, il mancato raggiungimento di obiettivi che noi abbiamo scelto per loro crea delusione e non li concilia con lo sport.
Diamo a nostro figlio altri obiettivi oltre alla vittoria. Dare il massimo di sé stessi indipendentemente dai risultati è molto più importante che vincere. Un campione olimpico diceva: “Il mio obiettivo era stabilire un primato del mondo. Beh, l’ho fatto, ma nella stessa gara un altro atleta ha fatto ancora meglio. Questo mi rende un fallito? Per niente: vado fiero di quella gara”.
In definitiva:
impariamo ad accettare anche i limiti dei nostri bambini. Essi non sono nati per soddisfare il nostro orgoglio, o per compensare le nostre frustrazioni, potranno crescere e diventare forti solo con il nostro aiuto e la nostra comprensione. Non aspettiamoci o desideriamo morbosamente che i nostri figli diventino dei campioni, solo uno o due ogni dieci anni circa per ogni disciplina sportiva lo diventano. Sono circa tre milioni i bambini che praticano sport in Italia, a voi il calcolo statistico della possibilità che nostro figlio diventi un campione.”


Il momento di criticità, si sa, avviene nel momento in cui i ragazzi, dopo il periodo di addestramento sui pattini prima e con la stecca poi, incominciano a fare le prime gare. Questo è il momento dove tutti noi dobbiamo fare la nostra parte, noi nell’insegnare ai ragazzi il giusto comportamento in campo nei confronti dei compagni, dell’allenatore, degli avversari e degli arbitri, voi nel ribadire a casa questo insegnamento e nel comportarsi prima, dopo, ma sopratutto durante le gare in modo coerente con tutto quello che viene insegnato.

1) I COMPAGNI L’atleta è importante perché fa parte di una squadra. Tutti all’interno di una squadra danno il proprio contributo, indipendentemente dalle qualità fisiche e tecniche. Anche il più bravo del mondo non potrebbe fare niente da solo, ma è il più bravo perché tutti gli altri si sacrificano per lui, lavorando insieme a lui, e quindi è il più bravo unicamente grazie al lavoro degli altri. Ogni compagno deve essere aiutato se sbaglia o se ha bisogno di aiuto in qualsiasi modo. Ognuno di noi può essere quel compagno e noi dovremo trattarlo come vorremmo che trattassero noi se si fosse in quella situazione. Non è un comportamento da compagni di squadra deridere o deplorare chi commette un errore, è un comportamento da avversario, e se nella nostra squadra ci sono degli avversari non potremo mai avere risultati. Non è un comportamento da compagni di squadra riprendere un compagno che ha sbagliato, per questo ci sono gli istruttori, i maestri e gli allenatori. Un comportamento da compagni di squadra è quello di incitare il compagno che ha sbagliato a ricominciare da capo e a fare meglio la volta successiva, anche perché questo comportamento è più utile alla squadra, e se è più utile alla squadra è più utile anche a noi.

2) GLI AVVERSARI Gli avversari sono ragazzi come noi. Come noi sudano, lavorano, si divertono. Come noi hanno delle famiglie. Come noi sono lì per vincere, perché nessuno inizia una partita per perderla. Anche in questo caso vale la regola che vanno trattati come vorremmo che loro trattassero noi, anche se loro non lo fanno. A volte può darsi che qualcuno abbia un atteggiamento intimidatorio, poco sportivo. E’ un problema suo. Noi ci comportiamo sempre lealmente e onestamente, ma non abbiamo paura. Perché in un campo di gioco non può succedere niente di più grave che perdere una partita, e perdere una partita non è una cosa grave. Lo è molto di più perdere la dignità, e chi si comporta in modo antisportivo la perde. Non solo, ma pensare a intimidire, a polemizzare, a litigare è uno dei migliori modi che nella nostra esperienza conosciamo per riuscire a perdere le partite anche quando si potrebbe vincerle.
Noi vogliamo vincere, ma vogliamo vincere lealmente, contando solo sulle nostre forze, senza alcun imbroglio nè mezzi antisportivi, anche perché solo una vittoria leale può essere veramente goduta a pieno.
Tutto questo vale per chi va in campo, ma anche per chi va in tribuna. Si incita i nostri e basta. Ai nostri avversari non va alcun pensiero, o meglio solo uno: un bell’applauso finale, perché è anche grazie a loro che ci siamo divertiti in una bella giornata di sport; e questo applauso dovrà essere ancora più forte se hanno vinto, perché se lo sono meritati e sono stati più bravi di noi; con una promessa: la prossima volta ci rifaremo.
Se qualcuno dalla parte opposta della tribuna ci offende o ci deride è un suo problema di inciviltà e noi lo ignoriamo per due motivi: prima di tutto perché non merita risposta, in secondo luogo (e molto più importante) perché lì ci sono i nostri figli e noi per loro siamo un modello...Quale modello vogliamo essere? Quello che insulta o litiga con gli altri o quello che è superiorie all’inciviltà?

3)GLI ALLENATORI Gli allenatori sono i nostri maestri. Sono i nostri maestri di sport, ma non solo, perché lo sport è metafora ed essenza della vita. Dobbiamo fare subito una scelta, che per i bambini piccoli magari deve essere fatta dai genitori. O ci piacciono o non ci piacciono. Se non ci piacciono non c’è altra strada che cambiare sport, o società.
Se ci piacciono dobbiamo fidarci di loro, delle loro scelte, degli allenamenti che a volte possono sembrare strani, o duri, o noiosi, del fatto che a volte possiamo passare diverse partite in panchina senza mai entrare, perché a volte anche questo serve, del fatto che a volte possiamo subire dei provvedimenti disciplinari, e quando succede è lecito chiedere spiegazioni ma soprattutto è auspicabile domandarsi perché, e sicuramente la risposta la conosciamo. Dobbiamo fidarci del loro giudizio, perché è il giudizio di uomini di sport, che lo sport conoscono molto bene e che nello sport hanno passato tutta la loro vita.
Noi come Società formalizziamo un impegno: quello di mettere al servizio dei nostri bambini e dei nostri atleti istruttori e allenatori che condividano i nostri principi e il nostro modo di vedere lo sport e che abbiano i requisiti morali e tecnici (i nostri sono tutti istruttori e maestri muniti di tessera federale attestante la partecipazione a corsi di formazione specifici) per portare a termine al meglio il difficile compito a loro affidato.

4) GLI ARBITRI Gli arbitri sono parte del gioco. Come noi sbagliano, e se siamo sfortunati in una partita sbagliano più volte a nostro sfavore di quelle che sbagliano a nostro favore. Sono uomini che fanno del loro meglio unicamente per passione, senza prendere una lira. Abituiamoci a vedere una punizione dataci contro che non c’era come un bel tiro che sbatte nel palo, danza sulla riga e poi non entra...una casualità, una delle innumerevoli variabili della sorte che, tutte insieme non possono nulla quando una squadra è nettamente più forte dell’altra, ma possono far vincere o perdere se le due squadre si equivalgono.
Oltre tutto il nostro è uno sport povero, dove non esistono interessi economici rilevanti e dove quindi non può esistere alcun complotto ordito da qualcuno (men che meno un arbitro) per farti perdere apposta.
Detto questo se ne conclude che l’arbitro si rispetta e basta, si accettano le decisioni che prende senza perdere tempo e concentrazione in proteste (inutili, perché non si è mai visto un arbitro cambiare una decisione presa per le proteste) che risultano essere solo dannose per almeno due motivi:
Perché mettendosi in polemica con l’arbitro è più facile che si indispettisca e che cominci davvero a fischiarci contro apposta (anche lui è fatto di carne....!)
Perché litigare per una causa che è comunque persa porta a deconcentrarsi e ad innervosirsi.  E ci innervosiamo perché si avrà l’impressione di essere perseguitati, questo ci porterà a giocare peggio perché non avremo la necessaria lucidità e perché l’alibi inconscio dell’arbitro contro non ci consentirà di mettere tutti noi stessi in campo.
Tutto questo, per la nostra esperienza, porta nel 90 per cento dei casi a perdere una partita che si potrebbre altrimenti vincere.
Quanto detto vale anche per il nostro pubblico, specie se la partita è di bambini e il pubblico sono genitori. Vale anche per il pubblico per gli stessi motivi esposti per i giocatori e per un altro, ben più importante, se il pubblico sono i genitori: perché noi per loro siamo un modello...Quale modello vogliamo essere? Quello che insulta un ragazzo che ha fatto magari duecento chilometri per far divertire i nostri figli facendo rispettare le regole del loro gioco o quello che insegna loro a sdrammatizzare le situazioni che, onestamente, drammatiche non sono? Vogliamo che da grandi facciano come quelli che distruggono auto e vetrine per una partita di calcio?

5) VINCERE O PARTECIPARE? Vincere. Sicuro. Noi non siamo proprio del tutto d’accordo con De Coubertin. In parte sì, perché è giusto che tutti, ma proprio tutti abbiano la possibilità di praticare uno sport, belli e brutti, alti e bassi, grassi e magri, normodotati e diversamente abili...Ma è anche vero che lo spirito dello sport è la competizione, e non esiste la competizione se tutte e due le squadre non cercano fino allo stremo la vittoria, con le migliori forze possibili in campo. Se facciamo un sondaggio tra sportivi e chiediamo loro se preferiscono giocare sempre e perdere sempre oppure stare spesso in panchina ma vincere molto preferirebbero tutti la seconda soluzione. Perché la vittoria è lo scopo finale di ogni gioco, fin dalla più tenera infanzia. Quando con i bambini facciamo un gioco al termine di questo la domanda finale sarà sempre immancabilmente una: “Chi ha vinto?” Perché senza qualche vittoria non c’è più il divertimento. E una società sportiva ha, secondo noi, l’obbligo morale di cercare di riportare delle vittorie, che portano entusiasmo, attaccamento ai colori e voglia di continuare ad apprendere e di battere i nostri limiti.
Quindi una nostra priorità sarà quella di fare in modo che tutti giochino e si divertano e che tutti abbiano modo di godere del più grande numero di vittorie possibile con le nostre forze, perché tutti siano gratificati e mantengano la voglia di proseguire e di migliorarsi. Ma una priorità altrettanto grande sarà quella di cercare quei risultati che danno modo, anche a chi non ha preso parte alla gara di crearsi una mentalità vincente che è fondamentale anche per la propria crescita sportiva personale. Abbiamo esperienze dirette e personali (questa società è stata in passato molte volte Campione d’Italia in tutte  le categorie giovanili) di ragazzi che stavano sempre in panchina (allora anche per un campionato intero) mentre i compagni vincevano ma non per questo le vittorie non erano anche le loro, che li aiutavano durante la settimana negli allenamenti e che li incitavano prima, dopo e durante le partite. Alcuni di loro nel giro di pochi anni, terminata la crescita psicofisica e l’apprendimento della tecnica (nel nostro sport così difficile) sono poi diventati i primi protagonisti di nuove vittorie. E hanno potuto farlo perché cresciuti a suon di vittorie dei loro compagni in quel momento più bravi di loro, dai quali hanno però imparato l’arte di vincere.